martedì 27 marzo 2018

The dinosaur of the Termini station



Massimo Mantellini, che i lettori del Post conoscono per la sua varietà di interventi nel suo blog, è stato uno dei più precoci protagonisti della discussione sull’innovazione digitale in Italia, prima con un blog che all’inizio del millennio divenne tra i più autorevoli e seguiti, e poi con presenze e coinvolgimenti assidui in ogni occasione di dibattito sul cambiamento: nei quali è sempre stato capace di raccontare con competenza – rara – come le nostre vite e storie andavano cambiando per via di internet. Qualche settimana fa Mantellini ha pubblicato con Einaudi un libro dedicato a un tema trasversale e rilevantissimo di questo cambiamento, quello che lui chiama Bassa risoluzione (che è il titolo del libro): ovvero l’inclinazione della tecnologia a farci rimpiazzare servizi, prodotti e abitudini con altri di minore qualità, impoveriti e/o semplificati. Uno dei più familiari precedenti di questa dilagata tendenza (i mobili Ikea, l’informazione dei giornali, la musica, il copia-incolla, le pareti in cartongesso, i motori di ricerca, i voli aerei: sono tanti e differenti gli esempi nel libro), racconta a un certo punto Mantellini, è la stazione Termini di Roma.

Particolare dell’edificio di testata della stazione Termini di Roma, dopo il restauro del 1947; a destra si vedono alcuni resti delle mura Serviane (ANSA)

Il “dinosauro” visto da dentro, il 29 dicembre 1976, durante uno sciopero dei treni (ANSA/OLDPIX)

Nulla di ciò che abbiamo fino a ora associato alla tecnologia è nato improvvisamente. Le tecnologie personali e Internet hanno avuto un ruolo organizzativo molto chiaro nel rendere la bassa risoluzione un fenomeno oggi dominante, ma nulla avrebbero potuto se il terreno nel quale hanno attecchito non fosse stato tanto fertile e sensibile. La parte mancante di questo libro, quella che non leggerete, un tema tanto complesso quanto basilare, riguarda la nostra bassa risoluzione precedente, quella che c’era già, che attiene alle nostre superficialità e che la tecnologia negli ultimi decenni si è semplicemente incaricata di indirizzare.

Cosí come avviene nei processi creativi, ogni conoscenza che riusciremo a organizzare dipenderà in maniera evidente da quelle preesistenti; ogni nuova intuizione intellettuale sarà figlia di ciò che abbiamo ascoltato, visto o letto in precedenza. Ciascuna singola scoperta potrà essere letta come un rimescolamento di quanto era già noto; un atto che sarà allo stesso tempo del tutto originale ma anche inevitabilmente figlio di qualcosa che lo ha preceduto.

Da questo punto di vista la bassa risoluzione che precede quella tecnologica è un vero campo di battaglia, spazio ampio e dai confini incerti, partecipato da fenomeni sociali noti come per esempio l’analfabetismo funzionale, ma che comprende anche fra le sue concause le qualità della classe dirigente, la crisi del sistema educativo, la cronica incapacità dei cittadini a considerarsi comunità. E forse, prima ancora, una certa nostra superficialità costituzionale.

Dovessi utilizzare un solo esempio nel tentativo impossibile di sintetizzare tutto il disastro che ci ha preceduti, volessi utilizzare una metafora per allontanarmi dalle insidie della bassa risoluzione precedente, proverei a citare il dinosauro della stazione Termini a Roma.

Com’è noto, nella principale stazione ferroviaria della Capitale non c’è alcun dinosauro: dinosauro è il soprannome che i romani negli anni Sessanta del secolo scorso diedero alla pensilina verso piazza dei Cinquecento che l’architetto Montuori, insieme a Leo Calini, costruí durante i lavori di ampliamento della stazione. Chiunque esca oggi dalla principale stazione ferroviaria di Roma e osservi la costruzione di lato vedrà un aspetto ondulato del tetto che assomiglia effettivamente al profilo stilizzato di un dinosauro. In quello spazio razionalista in vetrocemento in origine erano ospitate le biglietterie e la sala d’attesa.

Se avrete la pazienza di andarvi a guardare i disegni preparatori di Montuori e le foto del dinosauro durante la costruzione e nei primi anni dopo la sua inaugurazione vedrete uno spazio bellissimo, ampio e luminoso. E quando osserverete meglio vi accorgerete infine che il dinosauro non è un dinosauro, che quelle linee arcuate del tetto della nuova stazione Termini non riproducono la coda, la schiena e il collo di un grosso rettile preistorico, ma seguono i profili dei resti dell’aggere serviano, le prime mura romane che Tarquinio Prisco fece costruire nel vi secolo, terminate poi sotto Servio Tullio, che si trovano giusto a fianco della stazione.

Il progetto originario della nuova stazione Termini prevedeva cosí una continuità fra antico e moderno, fra il profilo dei resti romani (luogo immobile della memoria) e quello della nuova pensilina (luogo inedito della contemporaneità). Del resto il motto del progetto degli architetti che idearono la struttura – mai nome fu piú azzeccato – era «Servio Tullio prende il treno».

L’enorme vetrata laterale avrebbe consentito alla luce di entrare, ma soprattutto ai viaggiatori di osservare analogie e similitudini fra l’antico e il modernissimo in una città senza eguali: il progetto di Montuori era insomma uno dei tanti momenti ad alta risoluzione della cultura italiana. Qualcosa di cui andare fieri.

Tutto si mescola e si interseca nella storia della conoscenza umana, tutto cita qualcosa d’altro, ognuno di noi è figlio di qualcuno che lo ha preceduto. Invenzione e talento sono una scintilla, ma spesso anche una maniera inedita e geniale di reinventare l’esistente.

La bassa risoluzione culturale, quella precedente a quella di cui tratta questo libro, che pesa come un macigno sopra le nostre teste, è la negazione di tutto questo. È la nostra incapacità a immaginarci dentro un continuum. La pretesa di essere unici e insostituibili, il rifiuto dei nostri legami col passato o peggio ancora la loro cancellazione come passaggio insostituibile per la rinascita. Ma è anche altro: il disinteresse per la complessità, la pigrizia, l’innamorarsi delle soluzioni semplici e sbagliate, magari – piú banalmente e non per colpa nostra – un semplice incidente di aminoacidi che alla fine ci ha fatto essere cosí come siamo.

Gradualmente, nel giro di qualche decennio, lo spazio architettonico della nuova stazione Termini è andato riempiendosi di nuove strutture non previste. Box metallici per le biglietterie, poi negozi, poi librerie a due piani. Poco a poco la luce naturale delle grandi vetrate si è affievolita, sostituita da neon e altre luci artificiali; lentamente quella nuova stazione si è trasformata in qualcosa d’altro. Infine, qualche anno fa, lo spazio metaforico della grande vetrata verso le mura serviane, quella che iscriveva il profilo del dinosauro su quello dei resti antichi, è stato interamente occupato da una boutique a due piani di un noto marchio di abbigliamento sportivo.

Niente di quanto era stato immaginato dall’architetto Montuori è oggi piú visibile. Nessun viaggiatore di passaggio potrà ammirare la bellezza artistica della pensilina accanto alle fortificazioni romane e pensare a come talvolta la bellezza e la genialità dell’uomo siano in grado di trafiggere il tempo: al massimo si fermerà un istante a dare un’occhiata alla vetrina di scarpe da jogging dai colori sgargianti, come fosse davanti a un negozio qualsiasi di una qualsiasi città.